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Il pranzo della Domenica // La Cucina del Ricordo

di Andrea Zinno | 28 Giugno 2018
Il pranzo della Domenica // La Cucina del Ricordo

Foto da Pixabay

Il pranzo della domenica, tradizione ahimè in rapido dissolvimento, essendo tutti oramai travolti dalla frenesia del “dover fare per forza qualcosa” durante i weekend, era, ai miei tempi, un atto quasi istituzionale e, non a caso, si realizzava dopo la messa della domenica, che per chi crede era un momento altrettanto importante.

Il pranzo della domenica, a dispetto del nome, non era un pranzo, o almeno non solo, visto che era anche momento di riunione, quasi catartico, dove nel privato della famiglia, o al più nei confini di quella allargata ai parenti più stretti, ci si raccontava l’accaduto della settimana, se ne rideva, ci si commuoveva, si affrontavano problemi e si decidevano gli atti della loro risoluzione e, infine, era momento di pianificazione della settimana che ancora doveva venire.

 

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Non era solo un pranzo, ma ovviamente il cibo ne era il collante, guidato da un menù non scritto e non detto, ma che tutti già sapevano cosa proponesse, visto che la sua immutabilità era essa stessa parte integrante del riunirsi. Nessuno sapeva, ma nessuno rimaneva sorpreso nel sedersi a tavola, certo di ritrovare quello che nessuno gli aveva suggerito, in accordo a una liturgia consolidata nel tempo e nella memoria.

Una liturgia che governava il pranzo in senso ampio, dal momento dell’arrivo, ai saluti, alle chiacchiere, al pranzo vero e proprio, fino alle attività postprandiale, tra le quali spiccavano memorabili partite a carte, come la borghese ed elegante canasta o le più popolari e veraci briscola e tresette, fino al commiato e al ritorno alle rispettive case, con quel leggero senso di obnubilamento, che portava ad affermazioni, poi regolarmente smentite e che suonavano più o meno come: “oddio quanto ho mangiato! A cena giusto un minestrina, mi raccomando”.

Brook Lark

Brook Lark

 

Ma ciò che più di ogni altra cosa scandiva questi momenti, che ne ufficializzava l’accadimento e che probabilmente rappresentava il climax del susseguirsi delle portate, era il cabaret delle paste (se vi state chiedendo il perché del termine “cabaret”, allora – e me ne dolgo – non avete vissuto quel periodo) in un periodo dove la pasticceria mignon si stava forse appena affacciando e dove qualsiasi altra forma di dolcezza era considerata pura blasfemia.

Il cabaret di paste, or dunque, rigorosamente preso nella pasticceria di quartiere – nel mio caso sto parlando della Pasticceria Marinari di Corso Trieste, ancora lì, immarcescibile – che a quei tempi aveva più poter e valore del consiglio comunale, del parroco, del medico condotto e del maresciallo dei Carabinieri (la scelta dipende dalla dimensione demografica di dove ciascuno viveva).

 

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Sulle paste, peraltro, esistevano linee di pensiero, forse ideologie, che come la fede non erano né dimostrabili né discutibili, e sulle quali, però, si potevano scatenare dibattiti infiniti, tanto accesi quanto inconcludenti. Io, per la cronaca, ero per i bignè e le pasta alla frutta, mentre mi è sempre sfuggito il senso ultimo, e il motivo stesso della sua esistenza, del diplomatico.
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Ora, però, temo tutto sia perduto e solo pochi arditi sono rimasti – e io mi pregio di essere tra questi, non senza difficoltà – epigoni di una tradizione in dissolvimento, che antepone il fare all’essere e che ha lasciato scivolare via, tra le dita, una tradizione che, ne sono certo, sempre più rimpiangeremo.

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