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Dalla padella nella brace: il nuovo “status” della ristorazione dopo l’ennesimo Dpcm

di Manuela Zennaro | 26 Ottobre 2020
Dalla padella nella brace: il nuovo “status” della ristorazione dopo l’ennesimo Dpcm

Secondo l’enciclopedia Treccani, il capro espiatorio è “l’essere animato (animale o uomo), o anche inanimato, capace di accogliere sopra di sé i mali e le colpe della comunità, la quale per questo processo di trasferimento ne viene liberata”. È molto utile il capro espiatorio, diciamoci la verità, chi di noi almeno una volta nella vita non ha riversato le colpe su un ignaro fratello minore, una suocera, un collega? Però, quando a farlo è chi ti governa, puntandoti contro l’indice accusatore, mettendoti alla berlina a cavallo di un asino bianco, un po’ ci si resta male. Nell’ultimo Dpcm il capro espiatorio è il mondo della ristorazione, delle palestre e delle attività culturali (cinema, teatri). Ma il carciofino d’oro va senza dubbio alla prima delle categorie citate, letteralmente presa per il naso da un provvedimento che manco Ponzio Pilato, e che in pratica al ristoratore dice: “Noi una finestra per restare aperto te l’abbiamo data, come vedi puoi lavorare, dunque non farti venire in mente di mettere in cassa integrazione i tuoi dipendenti anche perché ti promettiamo un cospicuo sostegno”. Una finestra che per tutti è dalle 5 del mattino (chi di noi non si sveglia all’alba per andare a caccia?) fino alle 18 e che, in soldoni, equivale ad un sì alla prima colazione fuori casa, un altro sì per il pranzo (ma non erano in smart working sino a fine anno i dipendenti della pubblica amministrazione e dei grandi uffici? In quanti vanno ancora in pausa pranzo?), terzo sì per un caffè nel pomeriggio e stop.

Leggendo tra le righe del decreto appare ovvio che la responsabilità della ripresa dei contagi è ritenuta nostra, solo nostra. Da un lato questo è vero: c’era proprio bisogno di andare a zompettare al Billionaire la scorsa estate? Ci faceva così schifo restare in Italia scegliendo una vacanza meno esotica, ma più sicura? E che dire delle mascherine disinvoltamente calate sotto il mento che ricordano gli anni in cui è diventato obbligatorio il casco, ma i ragazzi lo portavano slacciato per sentirsi dei veri duri? Noi cittadini potevamo essere più avveduti, certo, ma la decisione di riaprire le discoteche non l’abbiamo presa noi, inoltre la pandemia ci ha regalato una pausa preziosa durata mesi che non è stata minimamente sfruttata per far fronte alla seconda ondata. Qualcuno ha forse pensato a migliorare la situazione dei trasporti e dell’assistenza sanitaria? A potenziare il servizio di viglianza per limitare la movida nei quartieri a rischio? No, perché le ferie sono sacre per tutti, anche per chi ha deciso di scendere in politica senza che nessuno glielo avesse chiesto. Quindi, passata la festa, gabbato lo santo e se il Covid-19 è tornato è colpa nostra, perché se anche i locali erano stati riaperti noi non ci dovevamo andare. Allora, ecco che si cerca il capro espiatorio, individuandolo in una categoria che ce la stava mettendo tutta per resistere e che, ora, non sa più cosa inventarsi dopo mesi passati a seguire il pifferaio magico.

 

 

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