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Il passato rassicura. O meglio, il passato spaventa meno del futuro // Sociosofia del Gusto

di Carmen Nettis | 20 Luglio 2018
Il passato rassicura. O meglio, il passato spaventa meno del futuro // Sociosofia del Gusto

Foto da Priscilla Du Preez, Pietro Rampazzo, Nick Karvounis

Lo psicologo Paul Bloom, che insegna a Yale – e quindi dobbiamo fidarci per forza di lui – lo dice chiaro e netto: un piacere tra i più semplici, come il cibo non dipende solo dal gusto di ciò che mettiamo in bocca, ma dipende soprattutto da ciò che sappiamo e pensiamo.

Un cibo ci piace o no per ciò che rappresenta per noi. Nel determinarne il gradimento, dice Bloom, intervengono diversi fattori sociali e culturali: a chi piace quel cibo? Dove lo possiamo gustare? Cosa sappiamo su come viene prodotto?

Le convinzioni individuali aggiungono all’esperienza sensoriale qualche elemento in più e pian piano si giunge al cuore della questione: perché si compra un prodotto alimentare tipico?“Denominazione di origine inventata” il libro di Alberto Grandi, Edizione Mondadori – prova a darci una risposta.

 

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Banalmente si potrebbe rispondere, che un prodotto tipico, in quanto tale, aggiunge all’esperienza gustativa qualche elemento in più di carattere culturale e sociale.

Sicuramente possiamo dire che acquistare e gustare un prodotto tipico ci permette di vivere un’esperienza più gratificante perché siamo convinti che quel prodotto sia frutto di una lunga storia, di un rapporto equilibrato con l’ambiente quindi, in ultima analisi, sia più sano e genuino.

 

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Insomma, quando acquistiamo un prodotto tipico ci sentiamo sicuramente migliori, perché siamo convinti che sia il risultato di capacità artigianali che potrebbero andar perdute se persone sensibili come noi non fossero disposte a pagare un po’ di più pur di conservarle.

Il libro così affronta il tema dei temi: non è tanto importante che le storie dei prodotti tipici siano vere o false o che il rapporto con l’ambiente sia equilibrato o meno, qui importa quello che il consumatore percepisce o vuole percepire.

Nel racconto Gli occhiali di Edgar Allan Poe il giovane protagonista, molto miope, s’innamora perdutamente di una donna che lui vede bellissima, ma dopo essersi finalmente messo gli occhiali si rende conto che si trattava di una vecchia sdentata. Quegli occhiali maledetti, hanno interrotto una bellissima storia d’amore.

 

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Non conta quindi, quanto ci sia di vero e quanto ci sia di inventato in quello che ci raccontano sul cibo che stiamo mangiando, ma conta la sensazione di appagamento che ne traiamo. Se per ottenerla siamo disposti a rinunciare a un po’ di oggettività non c’è niente di male secondo Grandi.

L’interesse per la tradizione e la storia dei cibi che vengono consumati oggi è sicuramente più presente che nel passato. Non solo in Italia, ma di certo nel nostro paese tale interesse sembra raggiungere livelli molto elevati.

Il passato rassicura. O meglio, il passato spaventa meno del futuro. Percezione tutta nostra legata all’epoca che stiamo vivendo e alle particolari condizioni che caratterizzano il nostro paese.

Quindi la domanda andrebbe riformulata: perché in Italia i prodotti tipici sono e più numerosi che altrove e c’è la corsa, a volte davvero incomprensibile, a scoprire e a certificare specialità la cui produzione è priva di un reale valore economico, oltre che culturale?

C’è forse qualcosa di medioevale, nell’impegno profuso dai comuni italiani per ottenere una qualche forma di riconoscimento al loro prodotto locale. Ma in questo nuovo Medioevo il mito si contrappone alla scienza. Del resto, per dirla con le parole dell’antropologo Claude Lévi-Strauss “Nel mondo in cui viviamo abbiamo perduto alcune cose che forse dovremmo cercare di riconquistare”.

 

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L’industria alimentare e il suo marketing quest’idea l’hanno cavalcata tutta.

 

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