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Le Langhe, dalle origini al bicchiere

di Elvia Gregorace | 25 Febbraio 2019
Le Langhe, dalle origini al bicchiere

Incerta l’etimologia della denominazione Langhe: si tratta di un’area geografica a forma di poligono irregolare tra Asti e Cuneo confinante con le zone Monferrato e Roero. Alcune fonti sostengono derivi da “Landa Ligurum”, paese dei liguri, o che possa derivare dal francese “langue” ovvero lingua di terra che si estende in mare o ancora dal latino “langa”, sorta di lucertola a coda lunga come sosteneva Plinio il Vecchio, morto nell’eruzione del Vesuvio nel 79. Non è da escludere che possa provenire dal nome di una delle tante tribù liguri: i Langates, che abitavano le Langhe. Tracce di quelle tribù furono trovate in una necropoli rinvenuta nel 1971 a Vicoforte Mondovì dall’archeologo Prof. Emilio Janigro d’Aquino, risalente a 4.000 anni fa. Qualunque sia l’etimo si tratta di un’area particolarmente affascinante e soprattutto feconda, non solo per l’aspetto enogastronomico ma, anche, per chi vi è nato e ha reso ancora più interessante la zona, oggi famosa in tutto il mondo.  Tra i figli di questa terra, Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, interessanti esponenti del Neorealismo, corrente culturale che si sviluppa nel decennio successivo al secondo conflitto mondiale. Sebbene le Langhe siano l’area più nota, il Piemonte è una regione ben più ampia. I suoi reperti archeologici appartengono all’età preistorica. Protagonista indiscussa dell’Unità d’Italia, ancora oggi genera talenti di ogni tipo e negli anni ’90 ha ripreso il vecchio splendore di cui era stata fiera in tempi precedenti.

Il vitigno regale è il Nebbiolo, uva a bacca nera dalla buccia pruinosa e dalla maturazione tardiva, cambia veste e nome in base alla zona di produzione. Nell’alta parte della regione, infatti, è appellato Spanna. Tre le DOCG presenti nell’area: Erbaluce di Caluso, Gattinara e Ghemme, quindici le DOC. Disparate le province interessate come Torino, Vercelli, Biella e Novara; differente la natura dei terreni marnosi, calcareo – argillosi, vulcanici. Proprio nei giorni passati, nella Capitale, si è svolta una degustazione che ha avuto come protagonisti i vignaioli del luogo. La Spanna dalle molteplici sfumature e dalle mille sorprese ha offerto il meglio di sé come una modella ormai avvezza nello sfilare, lasciando che gli avventori la ammirassero e ne gustassero le peculiarità.  Tra i calici assaggiati emergono La Cappuccina con Opera 32 del 2015. Il Nebbiolo in purezza invita già alla vista con un granato luminoso. Un naso dalla leggera florealità e dalle note speziate preannuncia un sapore elegante e un epilogo persistente dalle note balsamiche. La cantina Pietraforata spicca per il suo Ghemme 2012 nel quale l’aspetto floreale è solo uno sfondo di note speziate come chiodi di garofano, noce moscata e pepe nero. Una buona acidità e una netta balsamicità appagano il palato. L’esplosività del bouquet dell’iris, lillà, glicine del Sizzano di Comero (Nebbiolo 70%, Vespolina 30%) dal rosso rubino intenso e dalle sfumature granato, in bocca si trasforma in liquirizia, china e resina. Il sorso è agile nella sua complessità. Il nec plus ultra si raggiunge, però, con Giulia di Enrico Crola 2009. I dieci anni di età hanno prodotto un naso complesso dalle molteplici pennellate: rosa canina, foglie di mirto, violetta sono gli aromi di un nettare granato antico dagli sbuffi smaltati. Il gusto è deciso, caratterizzato da arancia sanguinella, prugna, note di tabacco.  Chiusura entusiasmante e prolungata.

Il Piemonte, sebbene le altre regioni italiane abbiano fatto passi in avanti nella produzione del vino, resta indiscutibilmente il leader sia nella qualità che nella comunicazione.

Prosit!

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