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Cantina Lungarotti, un affare di famiglia

di Sabrina de Feudis | 29 Marzo 2021
Cantina Lungarotti, un affare di famiglia

I racconti di una vita, diventano storia quando lasciano un segno tangibile, così la cantina Lungarotti ha fatto la storia di un territorio, quello umbro, di un vino il Rubesco e di una famiglia. L’azienda si divide tra Torgiano dove si trova la sede storica, che oggi conta 230 ettari vitati e a Montefalco, dove i 20 ettari, dal 2014 certificati in biologico, permettono di raggiungere una produzione complessiva che ammonta a due milioni e mezzo di bottiglie. Numeri così elevati non incidono sulla filosofia fondante della Lungarotti, “essere un’azienda famigliare”, perché è la famiglia il perno su cui tutto ruota. A papà Giorgio, che nei primi anni ’60 diede vita a questa realtà, oggi succede la figlia Chiara, amministratore delegato della Lungarotti, che con la sorella Teresa, responsabile marketing e comunicazione e la mamma Maria Grazia, sono l’anima di una cantina dallo spirito famigliare.

Chiara, Lei porta avanti con sua sorella il lavoro iniziato da suo padre Giorgio, qual è l’insegnamento più grande che suo padre le ha lasciato in eredità?

L’amore e il rispetto per la nostra terra, un bene che riceviamo in prestito da chi ci ha preceduto e che passeremo a chi ci seguirà. E poi, la passione per i nostri vini e per il nostro lavoro che ci permette di affrontare con coraggio anche le sfide più difficili.

Siete presenti in oltre 45 Paesi ed esportate circa il 42% della produzione, che ripercussioni avete subito a causa del Covid?

L’estero ha tenuto nei Paesi dove siamo multicanale. Per noi gli USA non sono un mercato vitale e questo ha reso meno pesanti le conseguenze della pandemia. In generale, avere una distribuzione capillare in oltre 45 Paesi ci ha permesso di compensare le criticità dei mercati dove il Covid ha avuto effetti particolarmente pesanti. Quanto all’Italia, nei mesi estivi abbiamo recuperato molto dello svantaggio, ma purtroppo il calo forte registrato nell’ultimo trimestre del 2020 per la grave crisi della ristorazione, nostro cliente di elezione, ci ha penalizzato molto. In generale, abbiamo sempre lavorato anche con il primo lockdown di primavera, perché la campagna non si ferma mai e da un punto di vista agricolo è stato un anno difficile e non generoso in quantità, ma con una buona qualità delle uve e dell’olio evo. Come tanti siamo stati spronati ad utilizzare i canali digitali per la comunicazione, cosa a cui ricorreremo sempre di più in futuro soprattutto fin quando non sarà possibile muoversi o far venire i clienti a trovarci in azienda. La rete è servita soprattutto per presentare le nuove annate o organizzare degustazioni a distanza. Anche nel rapporto con i clienti, i social hanno permesso di mantenere il contatto con i molti appassionati che ci seguono.

La componente femminile nella Lungarotti è importante, lei, sua sorella e sua madre, qual è il valore aggiunto che una donna può apportare in questo lavoro?

Il mondo del vino non è più appannaggio degli uomini. Lo dimostrano i consigli d’amministrazione delle nostre associazioni di categoria dove le donne sono una presenza sempre più numerosa. Circa 20 anni fa, quando avevo 28 anni, entrai nel CDA di Federvini dove allora eravamo solo due donne, e un paio d’anni dopo in quello di Unione Italiana Vini, dove non ce n’era nemmeno una. Oggi, invece, per fortuna, siamo molte di più e tutte preparate: non siamo lì perché siamo donne ma perché ce lo meritiamo. Nella nostra azienda la componente femminile è molto forte e a livello familiare è rappresentata, oltre che da me, da mia sorella Teresa che cura le relazioni esterne e il marketing, e da mia madre Maria Grazia, direttrice della Fondazione Lungarotti Onlus. Laureata negli anni ’50 in Lettere e Storia dell’Arte e appassionata di museografia e museologia, è stata lei a fondare nel 1974, assieme a mio padre Giorgio, il Museo del Vino di Torgiano (MUVIT), definito dal New York Times “il migliore in Italia”, e nel 2000 il Museo dell’Olivo e dell’Olio (MOO). Ad accrescere le quote rosa si è aggiunta anche mia nipote Gemma che affianca la nonna Maria Grazia nella gestione delle attività della Fondazione. Inoltre, accanto a noi abbiamo bravissime collaboratrici e tutte insieme portiamo avanti le attività dell’azienda con passione, determinazione e quella sensibilità che spesso contraddistingue l’universo femminile: perché nel mondo del lavoro, e quindi anche nel nostro settore, la differenza non la fa il genere, ma le competenze e la professionalità.

Da pochi giorni si è insediato il nuovo Governo quali sono le cose che dovrebbe fare per sostenere il settore vinicolo?

È fondamentale che il nuovo Governo impieghi correttamente i fondi del Recovery plan in progetti di ampio e duraturo respiro che possano costituire un volano per l’economia nazionale, ruolo svolto in questi ultimi anni dal comparto vino che può continuare a farlo solo se adeguatamente supportato e non ostacolato dalla burocrazia. Abbiamo bisogno di un ministro che sia presente e in grado di dare risposte tempestive alle esigenze del settore, perché solo così possiamo continuare ad essere competitivi sui mercati internazionali.

Il vino a cui lei è più legata?

Il Rubesco Riserva Vigna Monticchio, il nostro vino portabandiera profonda espressione della nostra terra, riservato ma generoso, proprio come la gente dell’Umbria. Un vino di grande struttura, adatto a un lungo invecchiamento, che sfodera un equilibrio unico tra potenza ed eleganza e che viene prodotto solo nelle migliori annate. Un vino che ci regala sempre grandi soddisfazioni.

Nella speranza che si possa tornare presto a viaggiare, cosa intendete offrire ai vostri ospiti quando parlate di “Lungarotti Experience”?

Ci stiamo preparando a ripartire con grande entusiasmo con le nostre attività che riguardano l’ospitalità, l’enogastronomia e la cultura. Non vediamo l’ora di poter di nuovo accogliere i nostri ospiti a cui offriremo l’opportunità di vivere la “Lungarotti Experience” fondata su wine tour in vigna e in cantina, degustazioni dei nostri vini e dei prodotti tipici del territorio, soggiorni nel nostro agriturismo tra i vigneti e visite guidate al Museo del Vino e al Museo dell’Olivo e dell’Olio di Torgiano, due realtà gestite dalla Fondazione Lungarotti che da oltre 30 anni è attiva nella tutela del patrimonio artistico e dei “mestieri d’arte” della tradizione umbra. Un turismo en plein air, e non solo, che coniuga cultura, natura ed enogastronomia di qualità.

In un mondo che insegue sempre più la sostenibilità, qual è il vostro contributo in tal senso?

Tra i pilastri della filosofia produttiva di Lungarotti c’è da sempre la ricerca della massima qualità, adottando buone pratiche nel rispetto dell’ambiente. Un cammino cominciato negli anni ’90 con l’installazione delle prime capannine meteo che, nel 2013, ha spinto l’azienda a diventare capofila del progetto MeteoWine, realizzato in collaborazione con l’Università di Perugia, per la raccolta dei dati climatici (pioggia, temperatura, umidità aria e terreno, vento, ecc.) da utilizzare per l’elaborazione di modelli meteorologici. Un progetto di cui siamo stati promotori e che negli anni ha visto importanti implementazioni fino alla nascita di una Piattaforma Meteo Regionale che oggi rielabora i dati raccolti in tutta l’Umbria e costruisce modelli, con conseguenti previsioni meteo attendibili, fondamentali per elaborare un DSS (Sistema di Supporto alle Decisioni) per diminuire l’impatto dei trattamenti in agricoltura.

Nelle tenute Lungarotti di Torgiano e Montefalco non si utilizza il diserbo, ma si effettua un controllo meccanico delle malerbe. Inoltre, la concimazione è rigorosamente organica, utilizzando il sovescio e il letame di chianina per preservare la biodiversità del terreno. Quanto alla gestione delle risorse idriche, nel suolo sono presenti dei sensori che misurano e verificano la disponibilità idrica del terreno al fine di ottimizzare la pratica dell’irrigazione di soccorso per le uve bianche.

Nel 2004 Lungarotti è stata scelta come cantina pilota a livello nazionale dal Ministero delle Politiche Agricole per realizzare il progetto “Energia della vite” ideato dal Centro Ricerche sulle Biomasse dell’Università di Perugia al fine di ricavare energia dagli scarti di potatura attraverso un impianto a biomasse.

Nel luglio 2018 è stato installato un impianto fotovoltaico sulla copertura degli edifici aziendali, per un’estensione di circa 1.320 mq, che copre il 40% dei fabbisogni di energia totale con un risparmio di oltre 3.000 ton di CO2. E, sempre nel 2018, i 230 ettari della Tenuta di Torgiano hanno ottenuto la certificazione VIVA (programma del Ministero dell’Ambiente che attesta la sostenibilità della filiera vitivinicola attraverso l’analisi di quattro indicatori: aria, acqua, vigneto e territorio), mentre i 20 ettari della Tenuta di Montefalco sono coltivati a biologico già dal 2010 e certificati dal 2014.

Cosa si augura per la sua cantina e per tutto il settore vinicolo italiano?

C’è sicuramente tanta voglia di ripartire e di tornare alla “normalità”, ma dobbiamo trovare la forza, le risorse e le idee per rinascere e rinnovarsi.

Torre di Giano Vigna il Pino Bianco di Torgiano 2017 Vermentino per il 50%, 30%Grechetto e la restante parte Trebbiano, un terzo di questo fermenta in legno, il resto in acciaio. Alla vista si presenta di un colore giallo paglierino, al naso i profumi di frutta gialla, in parte tropicale, sovrastano sul resto. In bocca raggiunge un bell’equilibrio, dove predomina leggermente la sapidità e una lunghezza persistente.

Rubesco Torgiano Rosso 2018. Il vino emblema della cantina porta nel calice le caratteristiche dell’Umbria,  in modo schietto e diretto convince a ogni sorso. Sangiovese per il 90% mentre la restante parte è Colorino, dal colore rosso rubino e da un naso, che porta alla mente profumi immediati di frutti rossi, lamponi, ribes e fragoline di bosco. Successivamente si percepiscono sentori di tostatura, note speziate, di pepe nero, e tabacco. L’assaggio regala una bella spalla acida che si interseca su una trama tannica presente, ma mai invadente.

Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2015. Un vino che si pone come sfida, ben riuscita, di regalare sensazioni piacevoli dopo anni. È prodotto solo nelle migliori annate, dopo la fermentazione in acciaio avviene l’affinamento sia in legno piccolo che in legno grande per dodici mesi per poi sostare il bottiglia per almeno tre o quattro anni. Vino complesso nei suoi profumi che abbracciano sentori floreali e fruttati, prugne e visciole, note leggermente balsamiche e nuance speziate. Al sorso rivela un’eleganza e un equilibrio che solo il trascorrere del tempo potrà rendere infiniti.

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