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Aziende

Ogni birra racconta una storia

di Andrea Zinno | 5 Aprile 2019
Ogni birra racconta una storia

È questa la frase che più mi ha colpito durante la presentazione della nuova birra del Birrificio Messina. Ogni birra racconta una storia, fatta di persone, di passioni, di territorio e di emozioni. Una storia, quella del Birrificio Messina, che però racconta anche di come sia importante non mollare mai, non arrendersi alle difficoltà, ma cavalcarle, credendo in quello che si fa e certi della qualità di ciò che si fa, perché, alla fine e con il giusto pizzico di ottimismo, gli sforzi vengono sempre ripagati. Una storia che, in questo caso, va però ben al di là di ciò che trasmette una birra, quando la si beve, arrivando a narrarci di impegno; di successi e, a volte, di insuccessi; di scelte giuste e di qualcuna sbagliata. Una storia con il lieto fine, per fortuna, un lieto fine conquistato con la forza di chi sa di avere dalla propria parte quelle caratteristiche che la rendono unica.

Birra Messina, dicevo, non solo non ha mai mollato, ma non ha nemmeno avuto paura di sedersi al tavolo con un gigante della birra, come lo è Heineken, forte nell’avere dalla sua parte una storia quasi centenaria, fatta di passione, di tradizione e di qualità. Una storia riconosciuta, della quale nessuno ha mai dubitato, che ha consentito un matrimonio da molti ritenuto impossibile e che dimostra, ancora una volta, che grande e piccolo possono coesistere, donandosi quello che sanno fare al meglio, perché a volte competizione e contrapposizione lasciano – fortunatamente – spazio alla collaborazione. Una storia, quella che vi racconto, che prende avvio nel 1923, a Messina, dalla famiglia Faranda, inizialmente sotto il nome di Birra Trinacria, che solo successivamente si trasforma in Birra Messina, la birra di Sicilia. La produzione si incrementa anno dopo anno, raggiungendo il mercato meridionale di Sicilia e Calabria, ma nel 1970, a causa della diffusione di nuovi marchi concorrenti, le difficoltà rendono problematica la produzione, tanto da costringere l’azienda, nel 1988, a cedere il marchio ad Heineken.

Il gruppo olandese decide di scommettere sul futuro del marchio, ma presto lo stabilimento messinese si rivela inadeguato per collocazione logistica e dimensioni. Heineken cerca di ottenere le concessioni su siti alternativi ma, nel 1995, non avendo ricevuto risposte positive dalle autorità locali, abbandona l’idea di una nuova sede produttiva e decide di investire 2,5 milioni di euro nel preesistente stabilimento di Messina (nello specifico sulla linea di imbottigliamento, sui serbatoi di birra filtrata, sulle macchine relative ai servizi ausiliari), rinunciando al progetto di costruire un nuovo sito produttivo. Il mercato, tuttavia, è in rapida evoluzione e lo stabilimento di Messina oramai è difficilmente gestibile, visto che, per l’espansione della città, si trova oramai nel centro, per cui nel 1999 la produzione viene trasferita a Massafra (TA), lasciando a Messina il solo centro di imbottigliamento.

Nel 2007 l’impianto torna agli storici proprietari, la famiglia Faranda. L’accordo prevede la cessione del birrificio, fatto salvo un piano industriale che garantiva il proseguimento delle attività e il mantenimento della forza lavoro per il quinquennio successivo (sino al 2011), mentre Heineken, dal canto suo, mantiene il marchio Birra Messina e resta sempre in buoni rapporti con il birrificio. Purtroppo l’operazione non ottiene i risultati sperati e nel 2011 la famiglia Faranda annuncia la chiusura degli stabilimenti. Ma, come dicevo nel titolo, non mollare mai e questo lo sanno bene quei 15 ex-dipendenti che, nel 2015, accomunati dalla passione, dall’esperienza, dall’amore per ciò che hanno fatto per una vita e, tanto da investire tutto il loro TFR, fondano il Birrificio Messina e nel 2016 la nuova produzione è già pronta per il mercato, con la “Birra dello Stretto” e la “Birra DOC”.

Ma al nuovo birrificio non basta rinascere dalle ceneri, e pur riconoscendosi Davide nei confronti di Heineken-Golia, non ha paura di sedersi nuovamente al loro tavolo, senza sudditanza, ma forte della sua professionalità, con un entusiasmo tale da convincere il gigante olandese e credere in ciò che fa e in come lo fa, gettando le basi per un accordo di collaborazione, siglato poi a gennaio del 2019 e con una durata quinquennale, con il quale Heineken mette a disposizione la sua potenza distributiva, per far si che le birre del Birrificio Messina possano superare i confini regionali e affacciarsi in un mercato, tanto ampio, quanto promettente. La sola distribuzione, tuttavia, sta stretta a chi a così tanta passione ed è così che nasce anche una nuova birra, che più di siciliana di così non può essere, visto che usa i cristalli di sale delle saline trapanesi, tanto da prendere il nome di Birra “Cristalli di sale”, una lager di puro malto, che usa un luppolo particolare, tanto da essere tenuto segreto, e che in bocca dona piacevoli note floreali e fruttate.

Come ci dice Domenico Sorrenti, Presidente della Cooperativa: “siamo molto orgogliosi della nostra città e della nostra storia, così come delle nostre birre, ed è per questo che abbiamo accolto con entusiasmo la proposta di produrre una birra che porta il nome della nostra città e che ci permetterà di portare con successo la Sicilia in tutta Italia. La partnership tra le due aziende ha obiettivi ambiziosi e potrà permettere al Birrificio Messina di fare un salto dimensionale puntando al raddoppio dei volumi, (fino a 2,5 ml di litri di birra all’anno per 5 anni), andando ad operare in un mercato nazionale sia con la produzione della nuova birra sia grazie alla distribuzione delle nostre birre da parte di un gruppo come Heineken. Dopo tanta fatica e tanto impegno siamo diventati una delle più importanti realtà locali messinesi, e siamo orgogliosi della nostra autonomia e del nostro successo. Avere un partner fidato è per noi una prerogativa fondamentale.”

Una bella storia, insomma, fatta di entusiasmo, di perseveranza e di convinzione in ciò che si sa fare. Una bella storia che dimostra come la perseveranza paghi. Una bella storia che conferma che artigianale e industriale non sono poi così in antitesi, ma che a volte, dall’unione dei due, può nascere qualcosa di nuovo e sorprendente.

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