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Arte e cultura Made in Calabria: Armonie d’Arte Festival

di Giusy Ferraina | 19 Novembre 2020
Arte e cultura Made in Calabria: Armonie d’Arte Festival

Il nostro viaggio al Sud oggi fa tappa in una delle location più suggestive della Calabria, il Parco Nazionale Archeologico di Scolacium, a Roccelletta di Borgia, un parco di 35 ettari dove tra gli ulivi secolari sorgono i resti delle antiche civiltà greco-romane fino ad arrivare ai normanni. Qui da ben 18 anni ha luogo Armonie d’arte Festival, un festival in un poetico luogo della memoria, un festival che cerca senso nell’ “armonia delle arti”, un’agorà dello spirito, dove musica, teatro, danza, leggenda e storia di ieri e di oggi s’intersecano, nel segno della Cultura della Bellezza.

Il parco archeologico, il mare e la campagna che lo abbracciano, fanno da scenario a un programma ricco di incontri, tra musica classica, bel canto, jazz, teatro e danza. Da luglio a settembre il palco del parco posto alle spalle della cattedrale normanna, che al crepuscolo e la notte si illumina di incanto, si alternano grandi artisti della scena nazionale e internazionale, fortemente voluti dalla direttrice artistica e dalla Fondazione Armonie d’Arte, che di anno in anno lavora a questo appuntamento. Qui in ogni edizione rivive il magico connubio tra ingredienti diversi che ha come mission esaltare la bellezza in ogni sua forma e dare un valore aggiunto alla Calabria, lo ha fatto in modo caparbio, confermandosi negli anni e affermandosi come tra i più importanti del Meridione e d’Italia. Il merito va a Chiara Giordano, ideatrice e direttrice artistica di questa macchina con una vita dedicata all’arte e alla musica che abbiamo intervistato per questa puntata di Taste of Sud.

Come lei stessa ci racconta: “L’idea nasce dalla necessità di coniugare l’esigenza personale della creatività artistica con quella collettiva della valorizzazione del territorio e, in particolare, di un luogo di grande valore storico-monumentale ma anche di potente suggestione paesaggistica, e di poetici incantamenti – il Parco Nazionale Archeologico di Scolacium – come testimoniato dal numeroso pubblico e dai tanti artisti ospiti. Il percorso è stato ovviamente complesso, laddove la meta è legata a sistemi valoriali immateriali, soprattutto in un Paese dove l’arte e la cultura, pur bene primario, non godono sempre sostegno opportuno. Ma siamo convinti che proprio questi aspetti siano imprescindibili elementi di un umanesimo qualificato e di un sostenibile futuro”.

Quali sono le difficoltà incontrate, sia da parte delle istituzioni che del pubblico, più o meno abituato a un certo tipo di manifestazione?

“La vocazione del Festival è orientata a quel segmento spettacolistico che potremmo definire di ambito colto, anche se la parola si presta spesso alle più ampie interpretazioni. Parliamo di musica, teatro, danza, nel loro output di profilo nazionale ed internazionale, ma non di ambito pop. Certo è stato difficile resistere alle sirene del mercato commerciale – quello che garantisce più facilmente penetrazione mediatica, incasso da botteghino, sponsor privati – soffrendo delle criticità economiche determinate dalle complicate procedure di finanziamenti pubblici, ma convinti che quella Chiesa laica che è la Cultura non va mai chiusa”.

Il parco archeologico di Scolacium è un tesoro, un’opera d’arte a cielo aperto. Un aggettivo per descriverlo. E perché ha voluto proprio qui il suo Festival?

Come dicevo prima, si tratta di uno spazio particolarissimo, di un luogo dove “fare anima”, come diceva James Hillman; realizzare una “voce” contemporanea per quelle pietre millenarie mi è apparso nello stesso tempo un dovere e un diritto sia per gli uomini che per le comunità che vogliono alimentarsi anche di spiritualità, di bellezza, di armonia appunto”.

Un Festival che sta contribuendo a rafforzare la bellezza della Calabria, in Italia e nel mondo. A chi si rivolge Armonie d’Arte? E chi lavora in questo progetto complesso che ogni anno si rinnova?

Armonie d’Arte si rivolge a tutti quegli uomini e quelle donne che desiderano empatie e risonanze tra il sé e il mondo. Certamente c’è stato un graduale espandersi del target, oggi decisamente anche più giovane; altresì il Festival è orientato su due asset di utenza, quella residente a cui offrire un’opportunità per evitare i cosiddetti “viaggi di speranza”, non solo per la salute del corpo ma anche per quella della mente, e quella turistica, nazionale ed internazionale, generica e specialistica, a cui offrire una qualificata esperienza. Ciò a tutto beneficio, d’altra parte, dell’immagine della Calabria e dell’indotto socio-economico sul territorio.

Il team è composito dalla struttura della Fondazione che ne è l’ente attuatore e dalle professionalità creative, gestionali, amministrative, tecnico-logistiche, della comunicazione, nonché dalle maestranze di settore; a tutti loro, da tutti noi,  il ringraziamento è doveroso per aver saputo sposare un progetto, che a tratti appare solo un sogno, ma che poi ha già dato a chi ne è stato partecipe la soddisfazione di essere dentro un disegno di futuro, bello e auspicabile; il presente, spesso complicato,  diventa così più sostenibile, e forse più giusto”.

L’edizione 2020, ha regalato, nonostante regolamenti per la sicurezza sanitaria e mascherina, grandi emozioni e tanti artisti nazionali e internazionali. È stato difficile organizzarla? Rischiava di saltare come edizione?

“Certamente le difficoltà sono state consistenti, sia sul piano sanitario che per le conseguenze che il Covid-19 ha avuto in ambito socio-economico. Infatti, se da una parte abbiamo dovuto assumerci la responsabilità anche di carattere personale, sottoscrivendo e applicando rigidi protocolli, dall’altra abbiamo dovuto prendere atto della drastica riduzione di pubblico, anche per la diminuzione della mobilità dello stesso, e del crollo degli investimenti privati. Il rischio, quindi, di non riaprire le luci del palcoscenico è stato reale, ma grazie alla buona volontà di tanti, alla follia di alcuni, alla disponibilità a collaborare anche del Mibact-Direzione regionale dei Musei che è l’ente proprietario del Parco Scolacium e, infine, grazie all’attenzione dei media nazionali e corrispondenti di riviste internazionali, ce l’abbiamo fatta!”

Cosa bisogna fare ancora e di più per far conoscere la Calabria ai turisti?

“Poche parole chiave per potenziare tale promozione: sinergia pubblico-privato, partnership cultura-impresa, complicità cultura-media, nel segno della responsabilità e creatività per una rinnovata narrazione delle “terre di Calabria”. Vale a dire in concreto: sostegno pubblico attraverso tavoli di concertazione, investimenti degli imprenditori sulla cultura anche sfruttando l’Art bonus, maggiori risorse per la comunicazione extra regionale, massima qualità dei contenuti artistici e creativi, anche innovativi, e strategie gestionali competitive nel contesto globale”.

Quando si parla di territorio e di promozione non si può tralasciare la cultura enogastronomica, che è parte del tutto. E in questo ultimo anno la Calabria è stata sotto i riflettori con i suoi nuovi chef, gli stellati, tante giovani aziende promettenti. Quanto questa parte di Calabria può rientrare nel suo Festival?

“Potrei rispondere dicendo che nel 2018 il tema dell’edizione recitava “Sitos & Food, Anima mundi”; aggiungo che il tema enogastronomico rientra spessissimo nelle produzioni culturali sia del passato che nelle pratiche contemporanee, e quindi resta uno dei temi di narrazione a cui il Festival si ispira per le programmazioni artistiche, oltre che utilizzarlo per attività collaterali finalizzate ad ampliare l’engagement in modo coerente al progetto generale”

Chiara ha mai pensato a una versione itinerante, location differenti in giro per la Calabria?

“Il Festival si identifica fortemente con il suo luogo di ispirazione, il Parco Scolacium, che è diventato una connotazione imprescindibile del brand; tuttavia, abbiamo già esperito alcuni altri luoghi culturalmente o paesaggisticamente significativi del medio-ionio calabrese e, in particolare, i siti archeologici di Locri e di Crotone, proprio per creare un’asse legata anche alla grande storia antica della Calabria. Stiamo anche verificando una sezione collaterale di Armonie d’Arte a Tropea come avamposto del Festival sul Tirreno: il tutto ruota su una nuova progettazione in fieri dedicata al Mediterraneo”.

Lei che ha a che fare con diversi artisti di varie nazionalità, ma anche locali, c’è fermento culturale, proposte, idee nel territorio?

“Il fermento è certamente una modalità tipica degli ambienti culturali, in particolare delle nuove generazioni; ma è anche vero che tale fermento deve connotarsi di un livello competitivo nello scenario globale e non solo localistico. Armonie d’Arte Festival, insieme ad altre realtà regionali che si sono già poste all’attenzione nazionale ed internazionale, spera di poter contribuire a questo processo”.

Mi può fare qualche nome degli artisti che è stata contenta di aver portato sul palco?

Su tutti, però, il cuore culturale del direttore artistico è legato a Riccardo Muti. Tanti sono gli artisti protagonisti che si sono avvicendati negli anni e che sono rimasti affascinati da questi luoghi, che letteralmente ignoravano, come la soprano Eleonora Buratto che afferma “Ci aspettavamo un posto speciale ma non di una bellezza così disarmante che sprigiona un’energia particolare” o come Emma Dante – che ha preso parte in questa edizione 2020 – che dice: “E’ da un po’ che volevo partecipare a questa realtà così abilmente diretta da Chiara Giordano con una programmazione raffinata ma anche coraggiosa. Un grande privilegio per me. E poi lo scenario suggestivo del Parco Scolacium è un plusvalore per qualsiasi spettacolo”.

 

 

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