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Noelia Ricci, la cantina che ha riscoperto il Sangiovese di Romagna

di Sabrina de Feudis | 28 Ottobre 2020
Noelia Ricci, la cantina che ha riscoperto il Sangiovese di Romagna

Noelia Ricci è il nome di una delle cantine romagnole, precisamente di Predappio, che da alcuni anni ha intrapreso proprio in Romagna un cambio di passo, puntando sull’unicità del territorio e sull’autenticità del Sangiovese per far conoscere il meglio che questa terra può offrire. Noelia era una donna moderna e lungimirante, aveva ereditato dal papà la tenuta Pandolfa, che lui stesso acquisì nel 1941, da subito puntò sulla produzione vinicola. Noelia era emancipata e indipendente, una donna legata a doppio filo sia alla Romagna che alla sua famiglia. Dopo varie vicissitudini familiari è stata la figlia Paola a rilevare la tenuta nel 2008, “un vero e proprio atto d’amore”, come lei stessa ama definire, un modo per far continuare a vivere una storia fatta di terra e di famiglia, che per troppo tempo era rimasta ferma. Il figlio di Paola, Marco Cirese, dal 2010 lavora per l’azienda, con il fratello Paolo e la moglie Alice, una squadra di giovani professionisti, dalle idee chiare e con la voglia di emergere. Marco in realtà vive con la sua famiglia numerosa, ha tre figli, che di questi tempi rende lui e la moglie due eroi dei giorni nostri, a Roma e la sua vita si divide tra Predappio per seguire la cantina e la Capitale.

I terreni Noelia Ricci

L’azienda porta il nome di sua nonna, ci vuole raccontare la figura di questa donna?

Noelia Ricci era mia nonna, la donna che mi ha fatto scoprire e vivere questi posti straordinari. È stata proprio lei a voler iniziare la produzione vinicola nella tenuta Pandolfa, che suo padre acquistò nel 1941. Una donna determinata e lungimirante, che è riuscita a legare l’amore per la sua terra alla propria famiglia a tal punto, che proprio nel 2008 mia mamma decise di acquisirne la cantina. Nel 2010 ho fatto il mio ingresso proprio per dare il mio contributo a quello che mia mamma definisce un vero e proprio atto d’amore.

Come mai ha deciso d’intraprendere questa avventura?

Ho sempre creduto nelle potenzialità, per troppo tempo lasciate inespresse, del Sangiovese e ho voluto puntare su questo vitigno senza piantare uve francesi, come il Cabernet, all’interno dei terreni come fatto per troppo tempo in passato. La mia scelta non è stata certo facile e comporta tanto sacrificio visto che faccio su e giù tra Roma e la Romagna, ma la voglia di realizzare dei vini buoni e autentici era più forte. Nella tenuta abbiamo 35 ettari, collocati in posizioni differenti su terreni diversi, da quelli più calcarei fino a giungere a quelli sabbiosi. Ho fatto degli studi sui terreni per realizzare delle vere e proprie zonazioni, che mi permettessero di avere dei risultati migliori con il Sangiovese. Questo progetto ha rappresentato un foglio bianco dover poter iniziare a scrivere una nuova storia fatta di vino e soprattutto di Sangiovese, usandolo in purezza per raggiungere la freschezza e l’eleganza tipica di queste uve. Rispetto il passato ma il mio sguardo ha una visione contemporanea.

L’azienda oggi da chi è composta?

Ci sono io, c’è mio fratello Paolo che è fisso in cantina e mia moglie Alice, lei si occupa dei materiali, del packaging e della comunicazione. Siamo una squadra ma siamo soprattutto una famiglia, pronta a fronteggiare insieme le difficoltà e a sorridere dei primi successi. Un ringraziamento speciale va ad Alice, che offre all’azienda un contributo prezioso senza tralasciare il suo ruolo di mamma, moglie e donna.

Per i vini di Romagna e per il Sangiovese c’è una nuova storia da scrivere?

Noi ci confrontavamo con un’idea di Sangiovese di Romagna legato al vino da tavola, le cooperative hanno inquinato il lavoro delle aziende artigianali. L’atto d’amore risiede proprio nel rilevare un’azienda di famiglia che soffriva di troppi pregiudizi, volendo produrre un Sangiovese alzando l’asticella e senza scimmiottare nessuno. La nostra sfida era quella di realizzare un Sangiovese di qualità proprio qui in Romagna e ci siamo riusciti. Risale al 2014 la nostra prima annata e devo dire che ce l’abbiamo fatta ad abbattere il muro del pregiudizio.

In quali mercati siete presenti?

Con estremo piacere sono stato contattato dalla società di distribuzione Teatro del Vino, iniziando la collaborazione con loro siamo riusciti a essere presenti su tutto il territorio italiano, ovviamente nel canale dell’horeca, la nostra è una produzione che si attesta sulle quaranta mila bottiglie. All’estero siamo presenti in Svizzera, Canada, Singapore, Stati Uniti e Hong Kong, siamo anche ben rappresentati in quasi tutta Europa. Vedere le bottiglie di Noelia Ricci dall’altra parte del mondo, riuscendo a esportare anche la nostra visione del territorio ci riempie d’orgoglio, tutto questo è avvenuto piano piano.

La situazione difficile del nostro Paese ha prodotto ripercussioni sulla vostra cantina?

Il Covid ha frenato le esportazioni, in Italia per fortuna la situazione ne ha risentito meno. A livello di Horeca siamo andati bene anche se a causa del lockdown siamo rimasti fermi per quasi tre mesi.

Marco Cirese

La vendemmia 2020 com’è andata?

Resa minore ma con uve molto belle e di qualità, le quantità minori ci aiutano a fronteggiare questo particolare periodo, considerando che l’annata del 2019 siamo partiti a venderla da settembre.

La vostra realtà è così attenta anche all’estetica delle bottiglie, avete puntato tanto su questo aspetto?

Tutto nasce da un nostro pensiero, io sono laureato in comunicazione e marketing, in questo percorso siamo stati affiancati da alcuni professionisti che ci hanno aiutato a realizzarlo. Volevamo rappresentare l’ecosistema, che circonda la nostra azienda dove tutto è interconnesso, mi piaceva mettere in etichetta le immagini di alcuni animali ritrovati in un archivio fotografico dell’800. La scimmia per il Godenza, il nostro vino più longevo, la vespa per il nostro vino Il Sangiovese e la balena per il Trebbiano. In questi animali rivedo dei tratti onirici che mi riportano alla mente i film del mio amato Fellini, il grande artista di Rimini, che riusciva a rendere reali i sogni.

Cosa si aspetta dal futuro?

Voglio e devo guardare al futuro perché non mi posso fermare a causa del Covid, dal 2021 saremo certificati biologici è una cosa a cui tengo molto. Vogliamo investire sulla campagna, cercando di fare cose nuove in cantina, infatti, ho acquistato i tini in cemento per utilizzarli per le prossime fermentazioni.

 

Godenza 2018 – Sangiovese Predappio CRU

Questo vino utilizza le uve di una singola vigna, riuscendo a ritrovare l’essenza del Sangiovese, che finalmente riscopre il territorio d’appartenenza. Affina in acciaio e compie un anno di riposo in bottiglia prima della vendita. Un colore rosso rubino dai tratti brillanti colpisce la vista, al naso regala profumi tipici di sottobosco, spezie e frutti rossi, come le visciole, le note olfattive per un attimo rievocano profumi riconducibili a un Sangiovese d’origine toscano, per lo stile elegante e intenso. Al palato sorprende la trama tannica appena accentuata e il primo sorso fa ben sperare per un assaggio più in là con gli anni. Nell’intento questo vino voleva essere un ritorno ai sapori tradizionali nella pratica ci sono ben riusciti.

Il Sangiovese 2019 – Sangiovese Predappio

È un vino diretto sia nei profumi che nell’assaggio, la freschezza è il tratto distintivo di questa bottiglia che riesce a regalare un’irruenza olfattiva estremamente piacevole. Rose rosse, frutti rossi come ribes, lamponi e punte di melograno. Il primo assaggio è piacevole tanto da gradirne un secondo e anche un terzo.

BRO’ 2019 – Trebbiano di Romagna

Il colore è un giallo paglierino dai riflessi verdolini, i profumi rievocano i sentori fruttati e floreali, al sorso regala una piacevole freschezza che termina su una nota leggermente amarognola accompagnata da una dose di sapidità legata ai terreni d’origine.

 

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