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Eleonora Galimberti, l’influencer che ha reso la comunicazione un atelier digitale

di Sabrina de Feudis | 16 Ottobre 2020
Eleonora Galimberti, l’influencer che ha reso la comunicazione un atelier digitale

Eleonora Galimberti da poco è diventata mamma e da anni è una tra le influencer più apprezzate del settore enogastronomico. È nata sul lago di Como, ma da sempre è cresciuta alle porte di Milano, la sua passione per il vino l’ha ereditata dalla mamma, nata tra i vigneti in toscana e dai nonni di origine contadina. La sua carriera universitaria l’ha portata a ottenere una laurea in Comunicazione d’Impresa e Pubbliche Relazioni, poi il corso da sommelier AIS e un master in Food & Beverage Management alla Bocconi. Per cinque anni si è impegnata nel mondo dell’alta modo fino a quando ha deciso di interrompere tutto per mettere al centro lei e le sue passioni, riuscendo a realizzare Enozioni, un “Digital Atelier”, come lei stessa ama definire, un contenitore creativo nato per realizzare progetti di comunicazioni cuciti addosso a ogni realtà. Eleonora scrive con tocco elegante e oggi dopo varie esperienze personali ha deciso di ritagliarsi più spazio per vivere gli affetti più cari.

Dal tuo percorso formativo sembrerebbe come se tu avessi sempre desiderato fare ciò che fai?

Ci sono arrivata poco alla volta, soprattutto perché quello che faccio ora è qualcosa che fino a poco tempo fa non esisteva. Di fatto, io insieme a pochi altri digital talent possiamo affermare di essere i promotori della digitalizzazione della comunicazione made in Italy, specialmente se applicata al mondo enogastronomico. E non è un caso se oggi i più grandi nomi del vino italiano si rivolgono a noi con fiducia. Dove sono oggi ci sono arrivata con consapevolezza, esperienza e costante preparazione: dopo essermi laureata in relazioni pubbliche e pubblicità e specializzata in management e comunicazione, ho lavorato circa cinque anni per una casa di alta moda italiana finché un giorno ho sentito il desiderio di mettermi alla prova in un diverso settore d’eccellenza del made in italy. Mi sono iscritta a un corso per sommelier che frequentavo insieme a un executive master in food & beverage management presso la business school SDA della Bocconi di Milano. Dopo la specializzazione universitaria ho coordinato il marketing e la comunicazione della branch italiana di una prestigiosa maison di champagne e maturato infine il desiderio di coltivare a tempo pieno un mio progetto imprenditoriale di comunicazione digitale applicata al wine & food d’autore e alla promozione delle eccellenze italiane, dall’enogastronomia all’ospitalità di lusso. È il capitolo che sto ancora scrivendo…

Ti definiscono un influencer e tu, invece, come ti vedi?

Non riesco ancora ad abituarmi alla definizione di influencer, forse perché di fatto credo sia complicato quantificare effettivamente il grado di influenza sull’opinione pubblica. Ho sempre preferito essere riconosciuta come comunicatrice del vino e delle eccellenze del made in Italy, perché se da una parte credo nel potere dei social media dall’altra credo nell’integrazione e convivenza degli strumenti di comunicazione tradizionali con quelli più innovativi, “above e below the line”. La scrittura è da sempre una mia grande passione e infatti Enozioni, prima di diventare il digital atelier di contenuti creativi che è oggi nasce come blog da centinaia di migliaia di impressioni mensili, inoltre collaboro come contributor e autore con alcuni dei più diffusi lifestyle magazine nazionali.
Parli sempre bene dei vini che degusti?

Ho la fortuna di venire a contatto con tante realtà del vino. Quando da queste relazioni scaturiscono le proposte per delle potenziali partnership, seleziono con cura le cantine con le quali sviluppare un progetto e attivare delle collaborazioni. Di conseguenza scelgo di collaborare con partner che per una serie di criteri di valutazione, di identità e di prodotto, incontrano il mio feeling e il mio gusto. In generale, per una questione di rispetto profondo, non potrei mai parlare male pubblicamente di un vino. Quando sono coinvolta come consulente o ospite in degustazione, le mie eventuali opinioni negative le riservo in sede privata, in alternativa preferisco non parlarne. Per lo stesso ragionamento non parlerei mai bene di un vino che non mi ha convinta.

Qual è il tuo stile comunicativo?

Credo da sempre nel profondo potere della parola, scritta o parlata. È e sarà sempre questo il cardine della comunicazione: imprescindibile. Il mio stile comunicativo cura in modo maniacale il contenuto letterale, ma sempre accompagnato e completato dal contenuto visivo, l’immagine fotografica, ad alto impatto estetico ed emozionale. Il mio obiettivo è da sempre quello di una “comunicazione sartoriale”, con gusto, attraverso strategie di comunicazione e storytelling su misura, al fine di raccontare e valorizzare la storia e i tratti distintivi di ogni soggetto con competenza, passione, eleganza e creatività.

La tua comunicazione si è modificata post Covid?

Più che la comunicazione in sé stessa è cambiato l’approccio con i protagonisti del racconto. È cambiato il mio punto di vista, il focus, la maggiore consapevolezza che dietro a un prodotto ci sono delle persone, delle famiglie, delle biografie e delle sensibilità. Dobbiamo riscoprire l’empatia, e questo credo sia un dovere per chi si occupa di comunicazione per professione.

La pandemia ha messo in difficoltà il settore del vino, quali consigli daresti a una cantina per fronteggiare questo momento di crisi.

La pandemia e la chiusura forzata per lunghi mesi hanno completamente stravolto moltissimi settori. Il mio consiglio e augurio è quello di ripartire dall’Italia. Mi auguro, in generale, che questa esperienza ci faccia acquisire una consapevolezza diversa e soprattutto che si torni a puntare sul prodotto nazionale dando nuovo slancio alla nostra economia. Eravamo un grande Paese ma gli effetti della globalizzazione sono stati devastanti, basti pensare alla delocalizzazione di tutte le eccellenze italiane. Alla luce di ciò spero che si possa tornare ad essere un Paese produttivo, in tutti i sensi. In questo momento rivedere e ricostruire un futuro per l’economia, la cultura e la società tutta è una priorità e allo stesso tempo un’occasione.

Dove ti vedi da grande? E con chi?

Esattamente dove sono ora ma sempre qualche passo in avanti. Essere una freelance nell’epoca attuale è ogni giorno una scelta coraggiosa ma allo stesso tempo stimolante e sorprendente. Hai il privilegio della libertà, della creatività, della flessibilità, di cui sentivo la mancanza quando lavoravo in grandi aziende pur ricoprendo ruoli di responsabilità. Da grande mi vedo ancora con maggiore esperienza e competenza, alla guida di entusiasmanti progetti insieme a un team di collaboratori innamorati e appassionati del proprio lavoro, come lo sono io dal primo giorno.

Quali sono i cinque vini italiani da provare assolutamente?

È davvero difficile per me rispondere a questa domanda, vorrei sceglierne almeno uno per denominazione d’origine perché ogni microzona del nostro Paese è espressione di eccellenze enologiche che ci invidiano in tutto il mondo. Mentre ne nomino cinque faccio un torto a moltissimi altri quindi, diciamo così, le bottiglie che ho avuto il privilegio di assaggiare e di cui sogno una personale collezione in cantina sono: Barolo Monfortino Riserva di Giacomo Conterno, Masseto di Tenuta dell’Ornellaia, Brunello di Montalcino Riserva Case Basse di Gianfranco Soldera, Vin Santo di Montepulciano di Avignonesi, Giulio Ferrari Riserva del Fondatore di Cantine Ferrari.

Ultimamente chi è il produttore che maggiormente ti ha colpita e perché?

Gaja Barbaresco Sori San Lorenzo 2016, perché sin dal primo sorso ti regala una potenza incredibilmente equilibrata e composta, fresca e balsamica ma anche avvolgente. Da uno dei maestri del vino italiano non può che nascere un capolavoro.

I tuoi prossimi progetti?

Il mio più grande progetto è la mia famiglia. Negli ultimi dodici mesi la mia vita privata ha viaggiato sulle montagne russe, ho dato alla luce la mia prima figlia, una bambina meravigliosa, ma ho perso il mio adorato papà. Fino a pochi mesi fa ero talmente proiettata verso i miei progetti di lavoro che avevo quasi perso la bussola di ciò che realmente è importante e deve contare nelle nostre vite. Complice anche il lockdown e quell’assurdo periodo che recentemente abbiamo tutti attraversato, ho aperto gli occhi e imparato sulla mia pelle un nuovo equilibrio personale e professionale, che è per me ora un prezioso strumento ‘gestionale’ che mi consente di ottimizzare il lavoro con la mia boutique agency, l’atelier digitale di content design e digital strategies, e dedicare tempo di qualità alla mia bambina e alla mia famiglia. Parlando prettamente di progetti professionali, abbiamo iniziato a occuparci di formazione in collaborazione con istituti universitari di luxury hospitality e stiamo lavorando sulla brand identity Enozioni per abbracciare nuovi business con i quali creare sinergie in chiave lifestyle e crescere ancora di più a livello internazionale.

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