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Barbara Volpi, la psicologa con la passione per la cucina che ha inventato la “Cooking Therapy”

di Fabio Castelli | 7 Ottobre 2020
Barbara Volpi, la psicologa con la passione per la cucina che ha inventato la “Cooking Therapy”

Foto da https://experience.eipass.com/il-valore-delle-esperienze/

Oggi, su #ricettadidonna, raccontiamo la storia di una grande professionista. Affermata psicologa e ricercatrice oltre che autrice di numerose pubblicazioni scientifiche. Ha diffuso in Italia la “Cooking Therapy” unendo due delle sue più grandi passioni: la psicologia e la cucina. Protagonista di oggi è, Barbara Volpi.

Innanzitutto, come nasce la sua passione per la psicologia?

Sono sempre stata molto introspettiva e fin da piccola amavo riflettere sulle emozioni, su parole sentite per caso, su dialoghi con i compagni che mi avevano colpito e nei quali cercavo i segni di comprensione affettiva. La chiave per rendere operativa il mio interesse per l’animo umano è arrivata casualmente a scuola quando la mia insegnante di lettere ci lesse in classe un testo sull’adolescenza (scoprii più tardi che aveva le figlie adolescenti). Non ricordo il titolo del libro ma la sensazione forte del dire: “voglio fare la psicologa da grande” e da lì non mi sono mai fermata.

E quella per il food?

Quella credo sia più antica la sento nelle vene e forse è ben sedimentata nei miei geni. Mi è stata trasmessa da mia nonna materna che era un’abile cuoca e dalla sua famiglia di donne che si riunivano in cucina e discutevano per ore di ricette, di come e quando preparare le diverse pietanze per ordinari e per i giorni di festa. Ricordo la loro abilità, la loro concentrazione, l’allegria mista alla serietà, il loro complice orgoglio quando riuscivano a realizzare quello che avevano pianificato in un fare operativo che dalla fila dei tortellini, o dalle torte pasquali poste in ordine sul tavolo, arrivava al cuore. La cucina è affettività per eccellenza ed è per questo che rappresenta il motore della vita.

Come e quando ha pensato di unire entrambe le discipline?

Ho sempre pasticciato fin da piccola così come ho sempre letto e riflettuto sugli affetti. La cucina la consideravo il mio svago, avevo pile di riviste e ricettari che sfogliavo principalmente per distrarmi e per farmi venire ispirazioni per realizzare un determinato piatto. L’approccio da ludico ed esperienziale è divenuto più scientifico e settoriale seguendo la mia inclinazione professionale. Ho iniziato a frequentare dapprima dei corsi amatoriali anche con chef stellati scoprendo le diverse tecniche della cucina e arrivando poi a prendere il diploma da chef professionale per dare legittimità scientifica alla mia passione. Come in tutte le strade della vita è il percorso a far intravedere nuove mete e nuovi obiettivi. Studiando la cucina in modo più rigoroso, al di fuori dell’ambito domestico e applicando ad essa il mio percorso professionale in ambito terapeutico ho iniziato a creare nessi associativi e a sviluppare l’idea che si potesse fare terapia in cucina come spesso molte donne mi riportavano in base alla loro esperienza di vita. Cibo che riuniva affetti e motivazioni e che spesso sedimentava ricordi che si andava ad analizzare per ritrovare un filo conduttore per pensieri ed azioni. Ho iniziato a cercare degli spazi per riunire gruppi di donne, di bambini, di pazienti per poter cucinare insieme e tracciare linee strutturali per affrontare meglio momenti di disagio affettivo o emotivo finchè non ho allestito nel mio studio un laboratorio di Cooking Therapy che posso utilizzare sia per integrare la terapia classica, sia per lavorare con gruppi specifici, dai bambini, ai grandi e alle aziende.

Da questa trade union è nato il suo libro “Che cos’è la Cooking Therapy”. È possibile, dunque, fare terapia in cucina?

Assolutamente si: è quello che facciamo quotidianamente e inconsapevolmente tutti i giorni. Lo abbiamo sperimentato nei giorni del lockdown dove tutti chiusi nelle loro case hanno cercato risorse interiori dalla cucina attivando insieme ai fornelli e al forno quel calore affettivo di cui avevamo e abbiamo ancora bisogno. Non è un caso, dal punto di vista psicologico, che tutti ci siamo messi a fare il pane, ad attendere i tempi di lievitazione, a dare forma agli affetti e a condividerli nella condivisione affettiva della famiglia che si riunisce e mette alla prova i legami e le risorse di ciascuno. La pratica terapeutica della Cooking Therapy, così come viene delineata nel libro ha due anime specifiche. Una prima indirizzata a tutti, nella vita di ogni giorno. Un vero e proprio percorso di consapevolezza verso l’appropriazione del gesto del cucinare in cui partendo dalla spesa, dall’allestire la cucina in una sorta di laboratorio terapeutico, si attivano le leve mentali di una riflessione interiore, che nel “fare con le mani”, tagliando le verdure, seguendo il sugo che sobbolle in pentola ci si connette con le nostre dimensioni interiori più profonde e dal cucinare si arriva ad altro: ricordi, momenti vissuti, ma anche un nuovo modo di procedere nella vita dando senso e profondità agli atti più semplici ma anche quelli più autentici e profondamente sedimentati nella nostra memoria implicita. La seconda anima del libro è invece diretta all’approfondimento della psicoterapia in cucina, sulla linea dell’integrazione tra terapia occupazionale aspetti psicodinamici tesi all’integrazione del sé in un processo di rielaborazione degli aspetti intrapsichici e relazionali. Il setting terapeutico si trasforma in laboratorio dinamico in cui il fare con le mani fornisce elementi psichici da interpretare e rielaborare nel percorso psicoterapeutico. Nel setting clinico la cucina può essere indirizzata ad alleviare sintomi depressivi, ansiosi, a ristrutturare un percorso di senso verso nuove direttive, alleviare problemi di regolazione emotiva nei bambini, iperattività, controllo degli impulsi, conflittualità familiari e di coppia, e a dare un senso di efficacia ai bambini e agli adolescenti, agli anziani, a aziende che vogliono strutturare livelli organizzativi di qualità.

Quali sono i principi cardine di questo approccio?

Come ho evidenziato nel testo, l’atto del cucinare nella sua espressione terapeutica e clinica, strutturata sull’integrazione tra teoria psicodinamica e mindfulness, è racchiuso nella parola stessa CUCINA: C come CALORE, U come UNIONE, C come CONDIVISIONE I come INTIMITA’ N come NOSTALGIA A come AMORE.

Cucina quindi come atto d’amore in cui si snodano tutti gli affetti dell’animo umano in un percorso portato avanti principalmente dalle donne e che dall’antro domestico arriva al’’interno del sé e della relazione con gli altri come strumento di benessere interiore e collettivo. A cominciare dalla richiesta del bambino che chiede alla sua mamma la sua pietanza preferita, fino all’ultima richiesta dell’anziano che ricerca nel sapore il senso della vita che ha trascorso. Cucina onnipresente nel ciclo vitale, risorsa e strumento terapeutico per stare bene e far star bene gli altri.

È un metodo valido per tutti o è necessaria una selezione del paziente?

Per tutti nella specificità di un setting laboratoriale che può essere indirizzato sulle singolarità di chi richiede il percorso o a chi viene consigliato a seconda delle principali motivazioni terapeutiche che vanno dalla scoperta di risorse interiori a ristrutturazioni più profonde del sé.

Si sente precorritrice di un nuovo modo di approccio alla psicologia?

Assolutamente si. Le terapie occupazionali sono sempre esistite in psicologia ma la mia personale declinazione della terapia in cucina in cui unisco aspetti psicodinamici a principi di midfulness è una ricetta singolare ed innovativa per la psicologia. Devo molto ai miei pazienti che mi hanno permesso nel corso degli anni di affinare e sperimentare in vivo questo processo, a cominciare dai bambini che con la farina tra le mani e lo sguardo rivolto alle mie indicazioni hanno trovato la loro strada per essere creativi e forti anche in momenti di difficoltà

La cucina è sempre più al centro delle nostre vite. Sarebbe bene che tutti, nel nostro piccolo, imparassimo ad approcciare a questa mentalità?

Tutti i giorni senza rendercene conto e molto spesso caricando l’atto terapeutico del cucinare di incombenze, doveri, compiti da assolvere ne snaturiamo la sua essenza curativa. L’atto del cucinare infatti è strettamente connesso alla cura, al prendersi cura di sé stessi e dell’altro a partire dal gesto primario dell’allattamento tra madre e bambino che è il primo canale di comunicazione e di conoscenza con il mondo degli affetti. Abbiamo conosciuto così il cibo, come trasmissione di affetti, di cura e di amore per l’altro e su questo principio cardine viene strutturato il percorso di terapia in cucina a partire dalla spesa, all’allestimento dello spazio di lavoro, al sugo che sobbolle in pentola, fino alla condivisione “affettiva” del pasto con noi stessi e con l’altro.

Qual è, per lei, la ricetta di donna?

Amore, cura, coraggio, determinazione e un pizzico di sana follia. Ogni donna utilizzando le mani, lo strumento dell’anima per Aristotele, sa creare la propria ricetta personale fatta di ingredienti, di parole, di insegnamenti, di lacrime e sorrisi, di legami, di vita.

 

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